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Personalità tipicamente luciferine ma molto astute e capaci, in anni più vicini a noi hanno emulato i più grandi schemi truffaldini, emuli del nostro simpatico connazionale Charles Ponzi.
Su tutti, fa il suo esordio agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, spicca il finanziere di origine ebraica Bernard L. Madoff: nato nel 1938 in un quartiere ebraico del Queens, Bernard comincia la sua attività negli anni Sessanta, investendo 5mila dollari guadagnati come bagnino nella creazione di un’agenzia di consulenza finanziaria.
Grazie ai suoi modi affabili e convincenti, in pochi anni conquista la fiducia di facoltosi investitori a cui prospetta rendimenti annui fissi del 10-12% a prescindere dall’andamento del mercato. I clienti aumentano e la sua agenzia cresce.
Agli inizi degli anni Ottanta fonda la Bernard L. Madoff Investment Securities e stabilisce i propri uffici al diciottesimo e al diciannovesimo piano della Lipstick Tower di Manhattan.

Alla base del suo successo si trova però l’applicazione più elementare dello schema Ponzi: i rendimenti promessi non sono altro che le quote dei nuovi clienti, mascherate da un ipotetico metodo “split-strike conversion” di cui però non rivela mai i dettagli. Al diciassettesimo piano della Lipstick Tower si trova il cuore operativo della truffa, con il centro funzionale da cui partono le lettere che attestano agli investitori i guadagni (fittizi) e i relativi rendimenti. Un meccanismo che proietta Madoff alla presidenza del Nasdaq di Wall Strett, garantendogli così un ulteriore attestato di affidabilità. Nella sua rete cadono uomini dello spettacolo (da Steven Spielberg a Kevin Bacon) e anche banche di investimento (Unicredit, Santander, Royal Bank of Scotland), per un totale di 37mila persone in 136 Paesi del mondo.
La crisi dei mutui subprime in corso tra 2007 e 2010 e le conseguenti richieste di ritirare immediatamente gli investimenti, fanno però scoppiare la bolla: la carenza di nuovi ingressi rende impossibile restituire in poco tempo gli oltre sette miliardi di dollari richiesti dai clienti. L’impero di Madoff implode e manda in fumo tra i 17 e i 20 miliardi di dollari in contante, con una perdita stimata di presunta ricchezza che secondo il New York Times sfiora i 65 miliardi.

Ma come tutti sappiamo, la storia ha il vizio di ripetersi a cicli quasi costanti e così, passano gli anni ma le cose sembrano somigliare sempre a sè stesse e, nell’era delle criptovalute, il famigerato schema Ponzi rialza la testa ancora una volta.
In tempi relativamente receni, nel gennaio del 2018, chiude Bitconnect, piattaforma per scambiare Bitcoin dove il profitto promesso sarebbe garantito dal reclutamento di nuovi investitori, riproponendo ancora una volta, secondo le accuse, uno schema vecchio un secolo e che però non sembra tramontare mai.
Che si tratti di criptovalute o di buoni di risposta internazionali, la pericolosità e l’efficacia della truffa inventata da Zarossi e perfezionata da Ponzi sta tutta nella sua semplice intuizione di base: in qualunque epoca la necessità, la speranza, la disperazione o la semplice avidità, garantiranno migliaia di vittime potenziali a chiunque prometta loro metodi magici per ottenere guadagni facili e immediati.















